Tra il 16 e il 22 agosto 1972, il mare di Riace restituisce due statue destinate a diventare icone mondiali. Ma tra ciò che il sub vide e ciò che fu recuperato dalle autorità esiste uno spazio documentario che, da oltre cinquant’anni, attende ancora di essere interrogato. Non per creare misteri, ma per ristabilire i fatti.

di DANIELA LA CAVA

Esistono storie che attendono tasselli fondamentali per completare il mosaico di un ritrovamento straordinario, entrato nella storia dell’umanità attraverso la scoperta delle due statue più celebri dell’antichità: i Bronzi di Riace. Ma chi sono questi misteriosi guerrieri senza più nome né armi? Qual è la loro storia? E perché attorno al loro ritrovamento aleggia ancora un’aura di irrisolto?

Riavvolgiamo il nastro della storia e recuperiamo i momenti che hanno permesso la scoperta di questo tesoro inestimabile, ricostruendo le dinamiche a partire dai documenti ufficiali depositati alla Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Reggio Calabria, adiacente al Museo Archeologico Nazionale dove le immortali “Guest Star” simbolo della Calabria dimorano. Incroceremo questi dati con osservazioni dirette, analisi storiche e fonti primarie — almeno quelle aliene da interpretazioni fantasiose, che più avanti comunque citeremo.

🎬 CIAK, si gira

Tutto ha inizio la mattina del 16 agosto 1972, in un meraviglioso e quasi incontaminato tratto della costa jonica compreso tra Caulonia e Monasterace: Riace. Una spiaggia desolata, frequentata solo dai bagnanti del luogo, immersa in un’atmosfera ancora lontana dal moderno afflusso turistico che oggi affolla lidi, spiagge e… fondali.

Qui un giovane turista romano, Stefano Mariottini, in visita ai parenti nel vicino comune di Monasterace e munito di attrezzatura subacquea con boa di segnalazione — allora regolata dalla Capitaneria di Porto, poiché non esisteva ancora una normativa organica come quella attuale — svolge frequenti immersioni in quelle acque. Ogni giorno, spesso in compagnia dei cugini, raggiunge Riace per praticare pesca subacquea, attività che esercita con regolarità dal 1964, mentre la spiaggia resta popolata da pochi curiosi, tra cui quattro ragazzi affascinati dalla sua attrezzatura.

Per quasi trent’anni da quel giorno, il silenzio avvolge il mistero che questi capolavori custodivano, presentando le due statue come le uniche sculture che per secoli il mare aveva celato. Solo all’inizio del nuovo millennio, come un’Apocalisse di enigmi irrisolti, compaiono le pubblicazioni sconvolgenti del vibonese Giuseppe Braghò, sub esperto, che pone i riflettori sui lati oscuri, contestabili e irrisolti del ritrovamento.

Braghò non si limita a ricerche d’ufficio: collega anche il ritrovamento alle violente mareggiate che mesi prima avevano sconvolto la costa, talmente burrascose da abbassare il livello delle acque e scoprire scogli oggi meno evidenti, tra cui uno scoglio a forma di esedra — adiacente al luogo del rinvenimento — che Mariottini soleva visitare per cacciare polpi.

Nelle dichiarazioni rese alla Soprintendenza — allora diretta da Giuseppe Foti — il 17 e il 19 agosto, Mariottini precisa le dinamiche dell’avvistamento, avvenuto fortuitamente mentre inseguiva un polpo. All’improvviso nota emergere dal fondale piatto e sabbioso un gomito e un braccio che sembrava umano. Stupito, si avvicina e scopre un gruppo di statue, di cui due chiaramente emergenti.

Mariottini descrive condizioni di visibilità eccellenti:

  • fondale sabbioso e acqua limpida
  • luminosità ottimale garantita dal sole a meridiano
  • maschera e boccaglio che, a circa 8 metri di profondità e a 10 metri dalla riva, assicuravano una visione nitida

Tra questo gruppo ben visibile, due statue emergono chiaramente:

  1. Una statua adagiata sul dorso, con barba fluente e riccioluta, braccia aperte e una gamba leggermente sopravanzata.
  2. Una statua coricata su un fianco, con una gamba ripiegata e uno scudo sul braccio sinistro.

Le dichiarazioni di Mariottini non coincidono con quanto riscontrato dai Carabinieri del Nucleo Sommozzatori di Messina tra il 21 e il 22 agosto.

Secondo i verbali ufficiali:

  • furono trovate solo due statue, non un gruppo;
  • le posture non corrispondevano alle descrizioni del sub;
  • le statue erano incrostate, non con modellato pulito;
  • nessuna barba fluente;
  • nessuno scudo;
  • la statua B presentava un elmo, non menzionato da Mariottini.

Fin dall’inizio apparve evidente che i due guerrieri dovessero essere dotati di scudo e lancia, elementi mai cercati né documentati, così come non si seppe più nulla dell’elmo che il Bronzo B indossava. Attorno al ritrovamento si addensano numerosi enigmi: dalle dichiarazioni contraddittorie alle testimonianze dei quattro ragazzi di Riace che, pur privi di attrezzatura, grazie alla limpidezza dei fondali riuscirono a distinguere chiaramente le due statue affioranti… o forse altre, che la sabbia aveva temporaneamente svelato.

Le incongruenze sono molteplici: descrizioni discordanti, posture che non coincidono, armi mai cercate, testimonianze ignorate e persino testimoni oculari che confermano scenari alternativi rispetto alla versione ufficiale. Tra questi, il racconto di una signora del luogo che avrebbe avvistato uno scudo a poca distanza dal punto in cui erano state avviate le procedure di recupero.

Troppe sono le incongruenze che, se analizzate con attenzione, emergono da questo contesto straordinario ma al tempo stesso sospetto.

Evidenziare i passaggi essenziali è il miglior punto di partenza per comprendere appieno la vicenda e non lasciarsi abbagliare dalle fantasiose e improbabili attribuzioni di identità o luoghi di provenienza, spesso accolte con leggerezza e capaci di influenzare e plagiare l’ingenuità popolare. Su questo il Ministero è chiamato a pronunciarsi, per ristabilire chiarezza.

Nonostante ciò, continuano a proliferare teorie inverosimili — da Gelone a Cosimo e Damiano, da Tideo e Anfiarao a Castore e Polluce, fino a Eteocle e Polinice — ipotesi che, pur prive di fondamento, trovano spazio persino in pubblicazioni per bambini, come ho già segnalato in un precedente articolo (v. https://www.promovideotv.com/un-patrimonio-manipolato-fake-sui-bronzi-nei-libri-per-bambini/).

È auspicabile che il Ministero intervenga in nome della tutela del patrimonio storico, che va difeso e valorizzato, non banalizzato o distorto per ottenere notorietà.

Il museo che ospita le due statue le identifica semplicemente come STATUA A e STATUA B: fino a quando non emergeranno prove concrete, le ipotesi restano soltanto teorie, non verità, tantomeno scientifiche. Nell’attesa di risposte che continuano a tardare, rinnoviamo l’orgoglio per queste due meraviglie donate dal mare 54 anni fa.