Il ritorno di Paolo Picchio a Reggio Calabria, insieme al Procuratore Roberto Di Palma e all’esperto di cybersecurity Antonio Battaglia, riaccende il dibattito su cyberbullismo, educazione e presenza genitoriale: un confronto duro e necessario sulle responsabilità familiari, sull’uso precoce degli smartphone e sulla prevenzione.

di DANIELA LA CAVA

A distanza di un anno dalla pubblicazione del libro inaugurato proprio a Reggio Calabria, Paolo Picchio è tornato in città per una nuova tappa del suo tour itinerante tra scuole e istituzioni. Un percorso che lo porta a incontrare giovani e adulti per raccontare la storia di sua figlia Carolina, vittima di episodi di cyberbullismo tanto crudeli da spingerla, a soli quattordici anni, a togliersi la vita gettandosi dal balcone. Una tragedia che ha scosso il Paese e che ha portato alla nascita della Legge Picchio, la prima normativa italiana a riconoscere e definire il cyberbullismo come reato. Prima di allora, molti casi venivano archiviati perché i responsabili erano minorenni; con Carolina, lo Stato non ha potuto più voltarsi dall’altra parte.

L’incontro al Teatro Metropolitano ha voluto andare oltre la semplice denuncia, cercando di comprendere cosa si nasconda dietro atti di violenza gratuita, spesso premeditata, ripresa con gli smartphone e diffusa in rete. A questo interrogativo hanno risposto i protagonisti dell’evento, tra cui il Procuratore del Tribunale dei Minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Palma, che ha offerto una lettura lucida e diretta del disagio giovanile. Secondo il magistrato, molte radici del problema affondano nel contesto familiare, nelle routine che assorbono completamente gli adulti, nelle giornate trascorse fuori casa anche quando sarebbe possibile scegliere diversamente. Ha richiamato l’attenzione sulle pluriattività a cui i genitori sottopongono i figli, togliendo loro la possibilità di sperimentare il fallimento, che invece è parte essenziale della crescita. Errare non è un limite, ha ricordato, ma un passaggio necessario per imparare ad affrontare le difficoltà, rialzarsi, socializzare e costruire un’identità solida.

Un altro nodo cruciale riguarda l’uso precoce e incontrollato dello smartphone. La legge vieta l’accesso ai social sotto i tredici anni, eppure oggi anche i bambini ne sono dotati. Questo non rappresenta solo una violazione normativa, ma un danno cognitivo e relazionale che ostacola lo sviluppo personale e umano. Di Palma ha sottolineato come la responsabilità ricada sugli adulti, che spesso non limitano, ma favoriscono l’esposizione dei figli al digitale. La sua frase più incisiva ha colpito profondamente il pubblico: «Una volta le bambine imitavano le mamme, oggi sono le mamme che imitano le ragazze». In questa constatazione risiede l’origine di un malessere che si manifesta online, ma nasce molto prima, nella perdita di modelli educativi credibili.

Il confronto è stato guidato dal moderatore Antonio Battaglia, esperto di cybersecurity, cyberbullismo e cyber intelligence, che ha offerto al pubblico strumenti concreti per comprendere i meccanismi della violenza digitale e le sue conseguenze, mantenendo un equilibrio tra rigore tecnico e sensibilità educativa.

Un passaggio fondamentale dell’incontro ha riguardato anche il ruolo della scuola. Una responsabilità grande, spesso sottovalutata, che non può limitarsi a un singolo incontro informativo. La scuola deve essere promotrice, formatrice ed educatrice di valori reali, non virtuali. È stato evidenziato come i gruppi social che coinvolgono docenti, genitori e alunni — spesso nati con buone intenzioni — si trasformino in spazi diseducativi, fuori luogo, dove gli adulti intervengono al posto dei ragazzi, li giustificano, li proteggono oltre misura. Un atteggiamento che limita le responsabilità dei giovani e li rende ancora più fragili, incapaci di affrontare il conflitto, la frustrazione, l’errore.

Fondazione Antonino Scopelliti e Fondazione Carolina hanno rappresentato il cuore istituzionale dell’iniziativa. La prima, impegnata da anni nella tutela dei più fragili e nella promozione della legalità, ha ribadito l’importanza di un’azione educativa condivisa. La seconda, nata dal dolore della famiglia Picchio e trasformata in un impegno nazionale, continua a portare nelle scuole un messaggio chiaro: le parole possono ferire più dei gesti e la rete deve diventare un luogo sicuro, non un’arena di giudizio.

L’incontro si è concluso con un appello rivolto a genitori, docenti, dirigenti scolastici ed educatori: limitare l’uso dei social, restituire tempo e presenza, favorire relazioni autentiche. La vita non si vive nel web, ma fuori, nei rapporti reali, negli sguardi, nei gesti quotidiani. Proteggere i ragazzi significa tornare a esserci davvero, con responsabilità e consapevolezza.