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Il 3 settembre 1943 la Calabria diventa la prima terra d’Italia liberata dagli Alleati. A Reggio, nel quartiere di Santa Caterina, il bombardamento che apre l’Operazione Baytown colpisce anche le grandi cisterne della Regia Marina, oggi sopravvissute e minacciate di demolizione. Le associazioni dei combattenti lanciano un appello: salvare e valorizzare un patrimonio unico della storia nazionale.

 

di DANIELA LA CAVA

Tra le molte date che hanno segnato la Seconda guerra mondiale, il 3 settembre 1943 rappresenta una svolta decisiva per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. In quella giornata, mentre il conflitto infuriava da quattro anni e il Paese era ancora lontano da qualsiasi prospettiva di pace, Reggio Calabria divenne il primo lembo della penisola a essere raggiunto dalle truppe alleate.

All’alba del 3 settembre, il quartiere reggino di Santa Caterina — lo stesso in cui crebbe il cantautore Mino Reitano — venne bombardato dagli anglo‑americani. L’obiettivo era colpire le cisterne sotterranee costruite nel 1937 dalla Regia Marina Militare, un complesso ingegneristico avanzato che riforniva le navi attraverso condotte nascoste. Quelle strutture, invisibili dall’esterno, rappresentavano un nodo strategico per i rifornimenti del nemico.

Il bombardamento, come spesso accade in guerra, non distrusse gli obiettivi militari ma colpì duramente la popolazione civile. Eppure, nonostante la violenza dell’attacco, le cisterne resistettero: un dettaglio che oggi assume un valore simbolico e storico di enorme rilievo.

Poche ore dopo, il XIII Corpo dell’Ottava Armata, composto dalla 1ª Divisione canadese e dalla 5ª Divisione britannica guidate dal maresciallo Bernard Montgomery, sbarcò sulle spiagge di Pentimele, Gallico e Catona. L’operazione, denominata Baytown, fu accolta con sollievo dalla popolazione reggina, provata dai bombardamenti e consapevole che l’arrivo degli Alleati segnava l’inizio della fine dell’oppressione nazifascista.

Parallelamente, a Cassibile, veniva firmato l’armistizio segreto tra l’Italia e le Nazioni Unite, che sarebbe stato annunciato solo l’8 settembre.

La Calabria divenne così il primo fronte della risalita alleata lungo la penisola, una marcia che avrebbe condotto alla liberazione di Catanzaro, Amantea, Cosenza e, simbolicamente, di Tarsia, sede del campo di internamento di Ferramonti: il più grande d’Italia, ricordato per la sua umanità e oggi trasformato nel Museo della Memoria.

La marcia proseguì verso l’Aspromonte, dove i soldati si trovarono immersi in una località dal  paesaggio montano inatteso: Gambarie D’Aspromonte. Il maggiore canadese Renison descrisse così quel luogo:

“Gambarie è una vera posizione dominante perché consente di tenere sotto controllo le linee di comunicazione dei tedeschi per un lungo tratto.”

Il 10 settembre le truppe oltrepassarono la linea tra Nicastro e Catanzaro, entrando nel capoluogo il giorno successivo. Il 12 e 13 settembre vennero liberate Amantea e Cosenza, mentre la Calabria diventava definitivamente territorio alleato.

Tornando a Reggio Calabria, resta una domanda cruciale: che cosa rimane oggi delle testimonianze materiali di quella giornata? Le cisterne della Regia Marina, sopravvissute ai bombardamenti e al tempo, sono ancora lì. Uniche in Italia, rappresentano un raro esempio di ingegneria bellica e un tassello fondamentale della memoria della città.

Eppure, nonostante il loro valore storico, queste strutture sono abbandonate, dimenticate e considerate un ostacolo allo sviluppo urbanistico. Il rischio concreto è che vengano demolite per far posto a un parcheggio, cancellando per sempre un frammento della storia nazionale.

Da anni l’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare Federazione Provinciale di Reggio Calabria, l’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci federazione Prov. Reggio Calabria e l’Associazione “NOI per S. Caterina” si battono per la loro salvaguardia. Le associazioni hanno denunciato pubblicamente l’assenza di tutela, ricordando che:

  • le cisterne sono uniche in Italia;
  • rappresentano un’opera ingegneristica di rilievo, funzionante fino agli anni ’70;
  • sono parte dell’identità storica del quartiere e della città;
  • costituiscono un tassello della memoria della liberazione dal nazifascismo.

In più occasioni, le associazioni hanno chiesto agli enti competenti — Comune, Regione, Demanio, Ministero della Cultura, Marina Militare — di intervenire per evitare la demolizione e avviare un progetto di valorizzazione museale, in armonia con il percorso storico dei Forti di Campo Calabro.

Il loro appello è chiaro: salvare le cisterne significa salvare la memoria della libertà conquistata il 3 settembre 1943.

In un Paese che spesso dimentica la propria storia, la vicenda delle cisterne di Santa Caterina è emblematica. Un luogo che ha resistito alla guerra, al tempo e all’incuria merita di essere restituito alla città come spazio culturale, educativo e identitario.

Perdere questo patrimonio sarebbe un atto di barbarie. Preservarlo, invece, significa riconoscere che la libertà non è un dono, ma una conquista che va ricordata, difesa e tramandata.